Stanotte, per la gioia di grandi e piccini, nelle nostre case "passa la Befana", che, secondo l'usanza, lascerà doni ai bambini buoni, cenere e carbone a quelli cattivi e capricciosi.
Una tradizione che si ricollega all'Epifania.
Si racconta che i Magi alla ricerca di Gesù Bambino si rivolsero ad una vecchietta, che però si rifiutò di accompagnarli.
Pentitasi, essa prese a cercarli inutilmente.
Intanto, per farsi perdonare, regalava dolcetti ai fanciulli, che incontrava per strada.
Caratteristica dell'Italia centro-appenninica, ebbe la sua consacrazione durante il Fascismo, che ne fece occasione di propaganda per tutto il ventennio.
Da anni ormai soffre la concorrenza di Santa Claus, più consumistico e sponsorizzato dalla Coca Cola.
Simpatico e bonario, col cappuccio rosso, il bastone e la folta barba bianca, non è altro che la stilizzazione di San Nicola, vescovo di Mirra, che era uso aiutare i bambini poveri.
La fantasia popolare raffigura la Befana come una vecchiaccia, brutta e cenciosa, che solca i cieli a cavallo di una scopa e lascia cadere i regali nei comignoli delle case.
Dalle nostre parti più realisticamente arrivava col carretto tirato dal somarello.
E se oggi i bambini mettono nel camino un panettone "… buttati ch'è morbido …", i ragazzi di un tempo lo cospargevano di paglia e fieno per far rifocillare l'asino.
Rimane la solita calzetta, che si riempiva allora con i prodotti della campagna e della fantasia delle mamme: brugnoli e fichi secchi, stelline ed animaletti di pasta dolce, du' mandarini, qualche portugallu e magari una bamboletta de pezza.
Una tradizione legata all'Epifania è l'antico rito della "Pasquarella", che dalle nostre parti si conserva ancora in Valnerina, nell'Orvietano e nel basso Amerino, dove viene denominata la "Vecchiarella".
Si tratta di un canto questuale, eseguito nella notte tra il 5 e il 6 gennaio da gruppi vocali e strumentisti.
Uomini e donne in costume, spesso un vecchio pastrano, girano di casa in casa per paesi e campagne.
Al suono di organetti, fisarmoniche e caccavelle, cantano laudi sacre e strofe popolari, con le quali annunciano la nascita del Cristo, augurano buone feste e chiedono in compenso i prodotti delle terra.
I frutti raccolti, salsicce polli, salumi e uova, vengono utilizzati per una cena sociale del gruppo, ma anche per iniziative benefiche.
A Ferentillo i Cantori della Valnerina li devolvono in parte all'asilo d'infanzia, col resto finanziano adozioni a distanza.
A mantenere viva la tradizione della Pasquarella sono oggi gruppi folk, come pure quelli organizzati da parrocchie e Pro Loco.
Tutti insieme, da un trentennio ormai, la domenica successiva alla festa di S.Antonio Abbate si ritrovano a Norcia, in una grande festa



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