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Sono tre le domande che in queste ore tutti, nelle zone terremotate, si pongono:

  1. Ci saranno scosse più forti?
  2. Quanto durerà lo sciame sismico?
  3. Cosa sta succedendo?

Fino a domenica scorsa, la maggioranza dei sismologi concordava sul fatto che, con le scosse del 24 agosto e del 26 settembre si era già raggiunto il massimo. E, anche se non veniva dato categoricamente per impossibile, si diceva che difficilmente si sarebbe potuta superare tanta energia dalla terra. Complice il fatto dei tanti terremoti degli ultimi 3 decenni che avrebbero dovuto scaricare già buona parte dell'energia accumulata.
Ma la valutazione è stata smentita alle 7.40 di domenica scorsa: magnitudo 6.5. Il terremoto più forte della storia recente dell'Italia centrale.
Addirittura uno dei più potenti che hanno mai colpito l’intero Paese. Paragonabile a quello che il 23 novembre del 1980 causò 2.914 vittime. Ora, quindi, nessuno se la sente di escludere la possibilità di un nuovo terremoto della stessa entità o perfino più forte.
Impossibile, quindi, dare una risposta su base scientifica. Di certo c'è che, comunque, storicamente non c'è menzione, neppure orale, di un terremoto pari o superiore a magnitudo 6.5 con epicentro in Umbria. Anche se in passato non c'erano strumenti scientifici per misurazioni esatte, le valutazioni basate sulle testimonianze raccolte nel corso dei secoli non indicano, cioè, elementi che possano ipoti2zare eventi sismici superiori a magnitudo 6.5. L'unico terremoto che si è avvicinato a questa forza, ma che comunque si ritiene essere stato di inferiore, anche se di pochissimo, risale ai primi anni del l .700 con epicentro sempre nel Nursino.

Anche sulla possibile durata dell'attività sismica caratterizzata da forti e ripetute scosse, ora, gli esperti alzano le mani. Lo sciame sismico può essere breve o durare a lungo. O anche avere interruzioni e poi riprendere nell'arco di un mese, come di un anno e perfino di due anni. Di sicuro è già accaduto in passato. Proprio a Norcia e ad Amatrice. Ed è accaduto anche nel 1997 col primo terremoto di Colfiorito che provocò scosse da Gualdo Tadino a Sellano per più di un anno.

"Ipotizzare una durata di questa crisi sismica, più forte e intensa anche di quella del 1997, è diventato impossibile: questo, per alcuni aspetti, è un terremoto anomalo. É nell'andamento un fenomeno simile agli eventi sismici registrati nel XVIII secolo proprio in queste zone, ma per alcuni elementi - come la forza energetica sprigionata dalla scossa più forte - non trova uguali negli ultimi mille anni."

Le parole sono di padre Martino Siciliani, direttore dell'Osservatorio sismologico di Perugia "Andrea Bina", che incontriamo di fronte a porta Romana, a Norcia, proprio mentre il sisma continua a farsi sentire sotto i nostri piedi. Come padre Martino si pronunciano tutti gli studiosi di terremoti. E sulla stessa linea sono anche le dichiarazioni che giungono dagli esperti dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

La terza domanda è l'unica che nella risposta vede alcune certezze su base scientifica. Innanzitutto, è stata rilevata una deformazione verso il basso del suolo che si estende per un'area di circa 130 chilometri quadrati. Il massimo spostamento è di almeno 70 centimetri, localizzato nei pressi dell'area di Castelluccio di Norcia. Questa deformazione è stata prodotta sicuramente dal terremoto del 30 ottobre. Lo hanno confermato i ricercatori del Cnr e dell'Ingv dopo l'analisi delle immagini radar raccolte dai sensori del satellite Sentinel-1 del programma europeo Copernicus.

In particolare, sfruttando la tecnica dell'interferometria Sar (acronimo che sta per radar ad apertura sintetica), è stato possibile rilevare il movimento subito dal suolo attraverso la generazione di una mappa di deformazione co-sismica, ottenuta dalle immagini acquisite da orbite discendenti il 25 ottobre (pre-evento) ed il 31 ottobre (post-evento).

"Tali analisi - ha detto a LaPresse Riccardo Lanari, direttore del Cnr-Irea - risultano abbastanza critiche anche in aree caratterizzate da folta vegetazione, aree che necessitano di ulteriori accertamenti approfonditi."
I risultati, quindi, sono preliminari e verranno raffinati nei prossimi giorni grazie a ulteriori analisi, questa volta con dati radar acquisiti dal satellite giapponese Alos2 che garantisce stime più accurate dell'entità degli spostamenti superficiali in aree con copertura vegetale. Intanto l'attività di studio delle deformazioni del suolo e delle "sorgenti" sismiche è coordinata dal Dipartimento della Protezione civile e svolta da un team di ricercatori dell'Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell'ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Irea di Napoli) e dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), centri di competenza nei settori dell'elaborazione dei dati radar satellitari e della sismologia, con il supporto dell'Agenzia Spaziale Italiana (Asi).
Per quanto riguarda, invece, le motivazioni di quanto sta accadendo, significativa è la spiegazione data dal geologo Mario Tozi a "La Stampa" all'indomani della scossa di Amatrice del 24 agosto scorso. In passato
"l'Appennino - ha dichiarato Tozzi - si è innalzato fino a oltre 3.000 metri, ma ora sta ricominciando lentamente a scendere di quota, assestandosi a livelli più bassi: grandi faglie distensive permettono questo aggiustamento, spostando di volta in volta intere "fette" della catena. Insieme ad aree in abbassamento ce ne sono molte in sollevamento e proprio da queste disomogeneità si creano quegli "strappi" (le faglie) che danno luogo ai terremoti."
"Siamo in una regione della crosta terrestre - ha aggiunto che, dopo aver visto il sollevamento di una catena montuosa (l'Appennino) dalle profondità marine a causa della spinta reciproca dei blocchi africano ed europeo, ora attraversa un periodo di tensioni, piuttosto che di compressioni. Qui la crosta non viene portata a piegarsi e ad accartocciarsi su se stessa, come quando si forma una montagna, anzi: viene "stirata", estesa fino alla formazione di spaccature profonde, le faglie."
"Non è un fenomeno solo di queste parti - ha osservato ancora Tozzi -, è di tutto l'Appennino, di una nazione che è di montagna e ad alto rischio naturale come il Giappone, che però si illude di essere piatta e tranquilla come la Siberia: l'Irpinia (1980) e L'Aquila (2009), come Avezzano (1915) e Reggio Calabria (1908), fanno parte della stessa storia geologica."

Il Vettore spaccato e le montagne franate.

Nel frattempo gli effetti delle scosse, oltre che nell'abbassamento dell'area appenninica di 130 chilometri quadrati, si mostrano in una profonda fenditura verticale e in un paio orizzontale che si sono aperte sul Vettore (impressionanti le immagini raccolte dai vigili del fuoco con l'elicottero); nella sorgente di Forca di Presta che è scesa di mezzo metro; e in tre costoni di altrettante montagne franati a Castel Sant'Angelo sul Nera, a Piedivalle di Preci e lungo la statale Valnerina tra Triponzo e Visso.
Qui, nelle gole in cui scorre anche la strada, le rocce franate hanno invaso il fiume Nera deviandone il corso.

Corriere dell'Umbria Mercoledì 2 Novembre 2016




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